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“Non piangere!” A volte il pianto è sottovalutato, anche screditato. Quante volte capita di sentire genitori che dicono ai figli: “non piangere!” oppure amici che consolano altri amici dicendo: “sii forte, non piangere” come se farlo non fosse cosa buona. Di frequente infatti il pianto viene associato non solo alla tristezza, ma ad un atteggiamento sconveniente sinonimo di debolezza, di mancanza di coraggio, con una accezione negativa che spesso fa sentire inadeguato chi sta esprimendo la sua emozione. Il pianto è l’espressione di uno stato d’animo, un segnale da dentro che qualcosa non va o è troppo pesante da reggere o gestire da soli. Nei bambini ad esempio le lacrime hanno il ruolo di sollecitare l’attenzione e la cura da parte delle figure di accudimento (Trimble 2012) sono un importante strumento comunicativo. Negli adulti assumono un ruolo spesso liberatorio, di sfogo dallo stress. La scienza ci dice che la composizione chimica delle lacrime emotive è addirittura differente dalle altre lacrime, contengono ormoni dello stress. Il pianto è un campanello di allarme verso l’esterno, una richiesta di aiuto a sé stessi che ci fa attivare indirettamente anche verso qualcun altro significativo per noi che, se riesce ad accogliere la nostra fragilità può assumere un potente effetto calmante che “libera dalle tossine”. Come tutte le espressioni emotive ha quindi una funzione intrapersonale ed una interpersonale, piangere può aiutarci a prendere consapevolezza di un malessere che va fatto emergere, che spinge per essere ascoltato e rielaborato. Un vero e proprio momento di rottura che porta ad una ridiscussione di sé e infine un equilibrio nuovo, un’occasione di crescita personale che ci permette di incontrare i nostri limiti e ridefinirli. Piangere dunque serve e fa bene!